martedì 8 dicembre 2015

Prima persona singolare

Esco dal mazzo delle supermamme e dei loro pensieri e prendo la parola.
Da sei anni provo a raccontare me stessa e le altre come me attraverso questo blog. Voleva essere una specie di trattato “de supermammibus” una carrellata di ritratti, atteggiamenti, manie, paranoie, pensieri ed emozioni propri a chi fa il mestiere, difficile, sorprendente e meraviglioso, della mamma (che poi si intreccia a quello della figlia, della donna, della famiglia, di chi vive).
Non so se ci sono riuscita, non so se, invece che parlare di noi, ho parlato solo di me; non so se il mio punto di vista sulla vita abbia poi interessato qualcuno. Non sono riuscita a trasformare il blog in uno scambio di idee e, se da un lato questo confronto mi faceva paura, alla fine un riscontro mi è mancato. Il marketing pro domo mea (inglese + latino, che sfoggio!) non mi è mai riuscito: magari ho trovato casa, fidanzato, lavoro alle amiche e poi non ho avuto il coraggio di prendere il bidet nuovo per me. Credo sia una questione di autostima, in fondo, e non ditemi che ci devo lavorare, perché CI STO LAVORANDO!!!
Di sicuro però questo blog è stata un’esigenza mia e scrivere mi fa bene; talvolta di notte nel sonno emergono dal nulla le idee, le considerazioni; rimangono a volte lì a decantare, altre volte maturano e crescono, si delineano; altre volte ancora esplodono e non riescono a stare lì dentro un attimo ancora.
Il fatto è che ora non credo di continuare con questa avventura per vari motivi:
  •        Il senso di solitudine della mamma con figli adolescenti rischia di pervadere e caratterizzare troppo le pagine del blog: mai la supermamma toccherà punte di senso di inutilità e smarrimento di identità come in questo periodo adolescenziale.
  •     Il tenore dei post rischia di essere piuttosto quello di una lamentela per la camera in disordine, le richieste inascoltate, le gioie di vedere le proprie figlie sbocciare in contrasto con la sofferenza della povera mamma incompresa e malinconica che riflette su come è cambiata la sua esistenza in pochi anni e di come rimpianga le epoche passate di cui prima si lamentava.
  •        In questo momento storico, in cui attraverso i mezzi più disparati tutti vomitano sentenze, per pudore quasi preferisco stare zitta (come scrivevo qui); non è una rinuncia all’espressione del mio pensiero, ma è un’insofferenza per i toni, la prosopopea, le bufale, le cattiverie e la mancanza di pensiero da cui mi sento invasa. Non voglio essere messa nel mucchio di chi ha sempre qualcosa da dire.
  •      Il mio sguardo sulle cose è il mio e riflette probabilmente quella che sono o che voglio essere. Come dice il titolo, “passi silenziosi”, volevo camminare in punta di piedi ed esprimere il mio pensiero intimo, sincero ma tollerante, silenzioso e non urlato, ironico e salvifico, con una possibilità di scampo. Ora ho come la sensazione che uno sguardo così sia inutile, mi sento poco complice, e, forse per quella mancanza di confronto, non mi sento più di tanto incoraggiata a mostrarlo.
  •     Chissà se mi butterò su un blog di tipo diverso, magari che parli della scuola (allora sai che davvero tutti avrebbero da dire la loro!), delle difficoltà e dei successi di una insegnante mamma di adolescenti che insegna ad adolescenti (allora sai che goduria!). O magari che provi ad unire la voglia di molti insegnanti di mettersi in gioco e di provare a fare sul serio, creando una community di sperimentazioni, di idee, di rispetto (allora sai che miracolo!) Di certo non mi sento pronta ad affrontare le banalità e la chiusura mentale di molti commentatori professionisti e quindi probabilmente resterà tutto nel cassetto.
 Credo quindi che questa parentesi in prima persona singolare concluda l’esperienza del racconto delle voci delle supermamme.


E se qualcuna di loro nel tempo mi ha seguita la ringrazio strizzandole l’occhio …nel tempo ci siamo capite, no?

martedì 29 settembre 2015

La strana felicità

Non è che d'estate le supermamme abbiano smesso di pensare e riflettere. Solo a volte sembra che tutti abbiano da dire su tutto, per ogni argomento ci sono grida e ultime parole, scarso rispetto, categorici giudizi. E così le supermamme hanno preferito tacere per non rischiare di rovinare anche i sentimenti e non farsi travolgere dalla marea delle voci urlanti.
Ma poi arriva settembre e i colori sono altri colori, le luci altre luci, i programmi e i progetti si rinnovano. Come canta Jovanotti ci si riempie di una strana felicità.
Strana, perché sembra impossibile essere felici rimpiangendo quasi già l'estate con i suoi viaggi, le soste, le dormite assolate, le cicale e i grilli nelle orecchie e gli odori di bosco, salsedine, crema solare, afa ancora nel naso.
Felicità perché c'è voglia di rinascere, di nuovi incontri, di migliorare, di futuro già presente.
Le  supermamme si sono sempre chieste come farebbero a vivere in una parte del globo senza cambio di stagioni, perché è proprio quel momento in cui tutto comincia a cambiare ad essere in più bello, portatore di aspettative e novità.
Come è fantastico togliere i cappotti, sedersi nella prima aria tiepida in terrazzo, fare il primo giro al mare, accendere il camino per scaldarsi, così a settembre i cieli luminosi e nuvolosi, la luce radente, le albe rossastre, il fresco la sera, i primi imbrunire, il piumoncino leggero di sera e il calore della famiglia alla cena le rinvigoriscono dentro.
C'è chi dice di odiare tutto ciò, perché l'estate è finita. Ma loro sono invece stranamente felici, come ad ogni quieto passaggio, foriero di nuovo, malinconico e sereno, incerto ma in fondo rassicurante. E quando tutto questo le annoierà allora sapranno aspettare qualcosa di diverso, magari la prima neve o il saluto del pettirosso in giardino.

lunedì 22 giugno 2015

Il vestito della festa

In Italia, per tradizione forse legata al cattolicesimo e all'andare a messa la domenica, si usava e si usa il vestito della festa. Nell'armadio ci sono dei capi che vengono indossati solo la domenica o giù di lì. Accade ancora che anche i ragazzi  possiedano il giaccone "usa e getta" per andare a scuola e quello costoso per andare a messa.
La cosa in sé non ha niente di negativo, anzi è positivo che ci si rechi in luoghi sacri, a cerimonie o ad occasioni importanti vestiti in modo rispettoso e magari un po' speciale. Di certo la stola di seta rosa con paillettes sarà più adatta al matrimonio della cugina che alla spesa nel negozietto dietro l'angolo.
Eppure, fuor di metafora, le supermamme educate sin da bambine "al vestito della festa" si rendono conto che dietro questa abitudine si cela a volte un atteggiamento nei confronti della vita.
Non già perché tale modo di fare potrebbe essere letto come perbenista o fariseo, quanto piuttosto per un'inclinazione psicologica a riservare ad altri momenti e non al presente la possibilità di essere felici.
Tenere nell'armadio una camicia, un vestitino, un paio di pantaloni riservandoli a un momento speciale rischia di essere un errore.
Innanzitutto se in quei panni ci si sente bene perché non uscire di casa a proprio agio anziché infagottarsi in vecchi abiti che magari fanno sembrare old fashioned? E poi perché aspettare inviti, serate, occasioni per vestirsi al meglio? La bellezza della vita va colta proprio oggi, senza eccessi e senza troppe parsimonie. Spesso gli inviti attesi tardano ad arrivare, ma non è lì che si nasconde per certo la felicità,
Si badi bene: qui non si intendono criticare né coloro che vestono casual tutto l'anno anche la domenica, né coloro che si tirano al top anche per andare a prendere i figli fuori dal cancello di scuola.
Si vuole riflettere invece  proprio su quella maglietta di seta portabilissima che aspetta lì in casa un momento speciale, senza avere il coraggio di buttarsi nella mischia, di macchiarsi di sugo o di sudore, di partecipare con entusiasmo al banchetto della quotidianità.
Così le supermamme incerte forse decideranno di aprire quell'anta e indossare colori, forme, tessuti che le facciano stare bene ora, oggi, così, senza aspettare la prossima festa.

domenica 14 giugno 2015

Parentesi - alcuni pensieri

Alcune supermamme tornando a casa dal lavoro pensano e riflettono su quello che sentono dire... Ecco, i loro pensieri potrebbero suonare più o meno così:
"Anche io ho paura se attraverso una zona degradata di una città, se mi si avvicina un tipo sospetto, se percepisco di non essere sicura. Anche io non desidero che i ladri – di qualsiasi nazionalità – entrino in casa mia o che qualche malintenzionato – di qualsiasi nazionalità - importuni le mie figlie adolescenti quando girano da sole per la città.
Eppure non capisco a chi stia giovando questa campagna mediatica fatta di proclami politici, annunci sui giornali, catene virali su facebook che presenta il nostro paese come un paese orribile… a cosa sta portando questa visione delle cose?
Se si legge tutto quello che si dice in giro l’immagine che ne esce è quella di un paese caratterizzato fondamentalmente da due aspetti: da un lato quello di un paese invaso dagli stranieri, visti sempre e unicamente come aggressori e nemici; dall’altro quello di un paese corrotto, in cui la classe politica è collusa, ladra, incapace di portare avanti l’Italia.
Ora, sicuramente c’è una componente di verità in entrambe le visioni, ma credo che siano in ogni caso visioni parziali, che si prestano a strumentalizzazione politica o economica, per le quali bisognerebbe imparare ad analizzare, ad argomentare, a ricercare la verità.
E inoltre credo che tra i due aspetti ci sia un legame non evidente, ma forte: una classe politica che per prima non dà l’esempio (comunque specchio di un’intera nazione) e che non rispetta la legge che lei stessa rappresenta difficilmente potrà essere in grado di far applicare norme al resto della popolazione, autoctona o straniera che sia.
Mi chiedo se sia peggiore il tifoso juventino bergamasco che butta la bomba carta per una partita di pallone o il somalo con la scabbia. Se sia peggio lo zio sardo che stupra per anni la propria nipote o il latinoamericano che taglia il braccio con il machete al capotreno. Se peggiore chi butta l’acido in faccia alla fidanzata o il rom che ruba fuori del supermercato. In tutti i casi si tratta di non rispetto della legge e di uno stato che sembra in balia di tutto, prima di tutto di sé. Uno stato, delle regioni e dei comuni che urlano all’untore, che fomentano la folla, che proclamano grida, ma che non sembrano voler affrontare un problema alla volta e cercare davvero possibili soluzioni mettendoci intelligenza, economia e cuore come farebbe una saggia massaia nella gestione della sua casa.
Insegnando a scuola posso affermare che statisticamente il comportamento scorretto (fare la cacca e la pipì fuori dal water per dispetto o nel giardino della scuola, entrare di notte nell’asilo e imbrattare oggetti e lettini dei bambini, bere l’acqua del wc….) non è appannaggio esclusivo degli stranieri, anzi la maggior parte dei casi – impuniti o quasi- è attribuibile a ragazzi italiani. Che dire allora di questi? Li rispediamo con i loro genitori sui barconi? O che dire dei politici ladri? Non sono loro stessi italiani e non c’è addirittura bisogno di un’autorizzazione politica per il loro arresto? Come se il giusto non fosse giusto?
Ciò non è buonismo o comunismo che difende a spada tratta ogni straniero, ma volontà di problematizzare e capire, che è diverso.
Emerge in me un terzo pensiero: l’Italia non è così. O meglio, è così ma non solo.
E’ fatta anche di gente perbene, che si impegna, che vuole un futuro sano per i suoi figli e che ci prova.
A chi sta giovando continuare a mostrare un’Italia così brutta e a urlare rabbia e insulti?
Forse ci azzanneremo gli uni con gli altri e qualcuno ne uscirà vincitore? Su un cumulo di macerie e cadaveri potrà trionfare?

Mi piacerebbe pensare che il meglio di noi possa venire fuori, e presto. Ma forse per riuscire a farlo bisognerebbe staccare la spina da questa pseudo informazione che distorce o vela la verità e ricominciare a riflettere, a pensare."

venerdì 22 maggio 2015

A cosa pensavi?

Stirando la tovaglia bordata all'uncinetto e lasciata loro in eredità dalla nonnina, si fermani a pensare a quante tovaglie quelle mani esperte abbiano bordato, e tovaglioli, e coperte e vestiti e tappeti...
Pensano alla perfezione di quei gesti e alla perfezione dei risultati prodotti, a mani, giorno dopo giorno, in una lunga vita del Novecento che sembra così lontana da questi tempi nuovi e incerti.
Si chiedono a cosa pensasse la loro nonna mentre ricamava, cuciva, sferruzzava, tagliava; quali segreti e speranze e dubbi erano nel suo cuore.
Della vita da nonna hanno già un'immagine - lo loro di nipoti bambine e ragazze, fatta di tanti racconti e racconti e ricordi e risate.
Ma della vita di donna in fondo che ne sanno? Di certo quel lavoro quotidiano e prezioso era un alleato per essere più felici, per avere soddisfazione, per produrre qualcosa di bello, utile e nuovo per sè e gli altri. Di certo quel lavoro era un antidoto allo stress alla noia, alla solitudine forse, a quello da cui le mamme moderne sono spesso assalite e invase.
Ma a cosa pensava mentre pazientemente tesseva un punto dopo l'altro nei giorni della sua vita così ricca di gioe e di altrettanti laceranti dolori? Era davvero felice?
 Le ansie e le preoccupazioni erano le stesse di tutte le donne del mondo e di tutti i tempi? Che rospi bisognava mandare giù allora? Avrebbe voluto qualcosa di diverso per sè o andava bene così?

Oggi, mentre stiravano gli angoli bordati di pizzo bianco della tivaglia a quadri della nonna, le supermamme stavano per prendere il telefono e chiamare per chiederglielo: a cosa pensavi, nonna?

Sarebbe bello, ora, sapere cosa avrebbe risposto.

martedì 19 maggio 2015

Resoconto

Se per caso viene fatta loro una sorpresa, una super sorpresa, e il giorno del loro -esimo compleanno scoprono che l'indomani partiranno per 24 ore di week end a due, il loro cuore esulta grato.
Non ne sono più abituate e il loro cuore così, non solo esulta grato, ma si riempie di inutili dubbi, preoccupazioni dell'ultimo minuto, pensieri di quelli fastidiosi che la notte sembrano avere quella consistenza densa e pestifera che solo i pensieri di notte hanno.
Magari, se sono davvero brave, riescono anche a farsi venire il mal di testa delle grandi occasioni, ovvero quello che rovina ad hoc tutte le grandi occasioni.

Ma poi - servirà poi qualcosa questa fantomatica maturità degli anta, motivo stesso del festeggiamento!- decidono di cambiare rotta. Non nel senso che vogliono cambiare la destinazione scelta dall'amorevole partner (se ci si crede durante la notte la loro perversione di pensieri era arrivata a partorire anche questa ipotesi giudicando la distanza esagerata rispetto al numero di ore a disposizione!); ma nel senso che cambiano rotta interiore e decidono di partire e godersela e basta questa inaspettata parentesi verso "non so che".
Così, se vogliono fare un resoconto, il loro viaggetto è definibile come una sorta di meditazione zen.
Avrebbero potuto preoccuparsi di vedere tutto quello che c'era nei dintorni senza farsi scappare nessun paesino o stradina. O di assaporare tutte le leccornie che le vetrine esponevano. O di dovere bere necessariamente del vino rosso, sennò che immagine di donna darebbero a bere acqua in Toscana! O avrebbero potuto dare corda a quella impertinente vocina, sottile ma costante, che ricordava ad ogni istante che nel loro albergo il telefono non prendeva quasi per niente, e "se ci fosse un'emergenza?"
Invece è bastato affacciarsi dal terrazzo sulla valle e scorgere a perdita d'occhio tutto quel verde velluto, quelle dolci colline coperte di cereali mutevoli a ogni cambio di vento, quella distesa pastosa e un po' sfumata della Val d'Orcia, per capire che volevano essere lì e basta. Per quei momenti distanti da casa prendersi solo del tempo, e mettere una pausa. E rigenerarsi come riuscivano.
Così i discorsi e i progetti in libertà nelle ore d'auto, i silenzi lasciati essere silenzi, il cibo ottimo e quello più normale, le rondini sotto il tetto della loro finestra, una ampia e luminosa chiesa romanica la domenica mattina, la perfezione del saggio e antico intervento dell'uomo sulla natura, le ha riconciliate per un po' con l'esistenza. Hanno spaccato quella colonna trasparente e rigida che a volte hanno addosso per sopravvivere alle intemperie della quotidianità e si sono sciolte un poco in quel che di bello veniva.
La meditazione zen, pensano,  è riuscita, e sperano dia un'indicazione per il futuro.

Che poi le figlie a casa fossero in ogni loro pensiero, nella voglia di condividere, e di ringraziare per aver organizzato la sorpresa con il babbo, questo è un altro capitolo. Ma non ha reso meno belle quelle ore, anzi le ha arricchite di senso e profondità.

venerdì 17 aprile 2015

Volo

Guardare un film accanto alla propria figlia primogenita, nel buio del cinema, le fa sentire improvvisamente strane. Perché stavolta il film non è un cartone su cui ridere e sghignazzare, non è un family movie da star tutti insieme, ma un film "da grandi", da condividere come amiche, complici, mamme e figlia in un momento delicato della loro esistenza, quello in cui sentono entrambe che stanno crescendo e cambiando.
Questa volta non hanno la mano del proprio marito da stringere nei momenti intensi o di paura, ma quell'ossuta mano più grande della propria, piena di forza giovane, e non sanno bene se prenderla e stringerla, ne hanno pudore: i ruoli sono cambiati.
Quel film poi in qualche modo parla di loro: una ragazza deve fare le sue scelte autonomamente, contro il parere dei genitori che la amano tantissimo, contro le sue stesse abitudini; è chiamata a scegliere su quale sia la sua felicità, quella senza la quale non saremo mai pieni, e realizzati.
Intuiscono solo il perché la loro "piccola" abbia  rigato il viso di lacrime.
Sanno però il motivo per cui loro stesse non siano riuscite a trattenersi e l'emozione sia sgorgata. Quando la ragazza canta "io non fuggo, ma volo; cercate di capire, io volo",  in un turbinio violento sono apparse la voglia di esserci e di lasciare andare, l'istinto di proteggere e il desiderio di quella felicità per le loro creature, l'interrogarsi su come e quando lasciar andare, il ricordo della loro fase di crescita, delle loro scelte e il desiderio profondo di essere loro stesse ancora in volo.
Si chiedono se hanno mai volato davvero, e quando; se magari abbiano smesso di farlo;  come faranno i propri figli a imparare a volare, se servirà il loro esempio o altri glielo potranno insegnare. Si sentono fragili e forti al tempo stesso. Sicure e confuse. Donne e bambine.
Dubbiose e certe, di una cosa almeno: quella felicità cercata è la stessa per tutti, e va cercata sempre.

ps. quel film, per chi non l'avesse capito è "La famiglia Belier": alle supermamme e alle loro figlie è piaciuto tanto, a dispetto dei cinici e di chi non apprezza il genere. E in ogni caso la canzone finale vale tutto il film.
La famiglia Belier