martedì 20 maggio 2014

Di fotogrammi biglietti e cartoline

Quel giorno con i capelli al vento e al sole di maggio, quando per caso sfiorarono per la prima volta la mano di quel quasi sconosciuto, e poi le labbra, non sapevano altro che di loro stesse. E di quello che sognavano, se sapevano davvero sognare.
Non sapevano, se non forse in fondo al loro cuore, che quello sarebbe stato il loro sposo. Non sapevano che con lui sarebbero passati in un soffio vent’anni. Che ogni giorno avrebbe riservato loro tutta quella gamma dei sentimenti e degli eventi e che assieme sarebbe stato meno duro. Non sapevano però che sarebbe stato anche così duro, ma neppure così denso, e bello e ricco. Non sapevano di come si sarebbero complicate la vita con ragionamenti e piccole scaramucce di egoismo e caparbietà capaci di rovinare le giornate. Non sapevano della generosità e dell’altruismo del loro compagno di strada.
E neppure di tutte quelle cartoline che la vita avrebbe spedito loro: le immaginavano piene di cuoricini e saluti gentili e invece a volte le avrebbero volentieri rispedite al mittente o stracciate e buttate nel fuoco. A volte infatti parlavano di nuvole di autunno o primavera e di passi riconosciuti a distanza nel corridoio del reparto di maternità quando aggrappati alla culla contemplavano il miracolo dell’esistenza, increduli di esserne co-protagonisti. Altre volte invece quelle cartoline parlavano di notizie inattese, di sentenze definitive, di cambio radicale di programmi, e loro non ne erano pronti, si ribellavano alla realtà provando dapprima a disperare e poi a rialzarsi.
In vent’anni hanno raccolto nel loro immaginario portafoglio, le ricevute di quei piccoli e grandi oggetti che riscaldano e riempiono le loro stanze, i fotogrammi scattati per caso che li ritraggono in luoghi diversi della terra e dell’anima, e tanti bigliettini, promemoria di mille cose da fare ricordare comprare leggere vedere, o messaggi veloci appiccicati a un libro, alla testiera del letto, allo specchio in entrata, comunque lì a dire ci sono, ci siamo, ce la faremo, ti voglio bene, tanto.
E ora quando le mani, o le labbra, si sfiorano, è come se il tempo si fosse fermato, si sentono esattamente con il vento e il sole di maggio nei capelli, come vent’anni fa; e capiscono che questo è certamente una parte consistente del sogno che avevano dentro.

 

sabato 10 maggio 2014

Ascoltare

Talvolta le supermamme sono spiazzate.
Dalla primavera che le butta su e giù.
Dalla stanchezza che le butta giù.
Da certe giornate di disarmonia in cui si sentono perse e sole nel mondo della quotidianità o da altre in cui si sentono in armonia con le proprie creature che dicono di sentirsi felici.
Dalla festadellamamma, con tutte quelle catene su whatsapp e quei filmati e quei messaggi che, aldilà di ogni possibile retorica, le riportano alla loro condizione di mamma, ormai talmente insita in loro da non essere più quasi notata, ma portatrice di tutto ciò che di straordinario e unico si possa dire e immaginare. Così, tra una vignetta e una poesia, si ritrovano a pensare a quello che già fanno e a quello che potrebbero fare di diverso, a quello che non riescono ancora a fare e a quello che invece ormai riesce loro benissimo.
E di conseguenza si ritrovano a pensare a come si sentono spiazzate persino da un verbo, apparentemente banale, utilizzato diverse volte come verbo, ma molto meno utilizzato come azione concreta: ascoltare.
Mille domande frullano nelle loro teste.
Sanno ascoltare o preferiscono dare risposte?
Sanno ascoltarle o vogliono mettere a tacere gli animi con rassicurazioni?
Sanno ascoltare o in realtà continuano a seguire i loro pensieri nelle mille cose da fare e da seguire?
Sanno ascoltare i veri bisogni, le vere richieste, le reali situazioni che si celano dietro quelle semplici parole?
Sanno ascoltare o preferiscono farsi ascoltare?
Sanno ascoltare cosa i loro figli stanno dicendo con quelle parole? Con quei gesti? Con quei silenzi? O preferiscono dare la prima interpretazione, quella che era stata data loro un tempo, quella che sembra la strada ovvia, convenzionale, naturale?
Sanno ascoltare se stesse e le loro voci dentro? Le stesse forse di quando erano bambine e che tutti hanno messe a tacere?
Sanno ascoltare come loro stesse vorrebbero essere ascoltate?
Così, se proprio sono costrette a pensare ad un desiderio nel giorno della festa della mamma, è proprio questo che vorrebbero per loro: imparare ad ascoltare davvero.
Ne gioverebbero i loro piccoli o grandi figlioli, ma ne uscirebbero arricchite per prime loro stesse, perché quelle voci inascoltate, sottovalutate o lasciate distrattamente di sottofondo sono probabilmente il più originale e vero e sincero e speciale sguardo sulla vita.